La depressione di Buffon

La depressione di Buffon

[Premessa: questo articolo è stato pensato, scritto e programmato per la pubblicazione molto prima delle due partite contro la Svezia che hanno portato all’eliminazione dell’Italia dalla Coppa del Mondo 2018, e nulla ha a che fare col giudizio sportivo che si può dare dell’atleta Buffon. Racconterò, invece, di un lato di Buffon che molti non conoscono, ed è interessante anche per chi, come me, non è un grande appassionato di calcio. Buona lettura!]

***

«Sai cosa pensi in quei momenti? “Ma porca puttana, perché sono Gigi Buffon, il calciatore conosciuto?” Perché finisce che, a volte, diventi schiavo della tua figura, di quello che sei. Se Buffon dice: “Vado due mesi via, a curarmi la depressione”, è finita.»

Che Gigi Buffon abbia sofferto di depressione non è una storia nuova, ma non è nemmeno una storia che tutti conoscono, fuori e dentro il mondo del calcio.

La vicenda risale al periodo 2003-2004. Buffon, già all’epoca acclamato e fortissimo portiere della Juventus e della Nazionale, non ha proprio nessuna ragione per deprimersi: proprio nel 2003 viene premiato dalla UEFA come miglior portiere e (caso rarissimo per il ruolo in cui gioca) miglior calciatore, ha già un palmarès invidiabile in cui spiccano due scudetti vinti con la Juve, è nel periodo di massima forma fisica e, pochi anni dopo, trascinerà la Nazionale Italiana a vincere la Coppa del Mondo, proseguendo poi fino ad oggi con una lista enorme di altri trofei e riconoscimenti.

Eppure, Buffon un giorno va ad allenarsi, e gli tremano le gambe. Scalda i muscoli, ma non è concentrato. Ogni cosa è fuori tempo, dai riflessi ai pensieri. Va beh, è una giornata di merda, può capitare. Ma nelle settimane successive continuano la stanchezza, l’angoscia. Ne parla con la fidanzata, con gli amici, fino ad arrivare, in un difficile e pesante schema di confessioni, a sedersi di fronte a una psicologa.

“Psicologi del cazzo, gente che fotte i soldi alle persone insicure”.

Ma questa resistenza dura poco; Buffon si confida, inizia a scavare con fatica nella causa delle sue angosce, riemerge con nuove consapevolezze e vecchi desideri. Inizia a cambiare.

Inizia a ricordare che i soldi e la fama, benché piacevoli, non sono tutto, e che un grande tesoro risiede in noi e nelle persone che ci circondano, troppo spesso ignorato o relegato in un angolo di indifferenza, banalizzato. Ne emerge un Buffon rinato, più consapevole di chi è, e tra le altre cose inizia a coltivare un interesse per l’arte, che ad oggi non ha abbandonato.

Quando ho letto della depressione di Buffon, ho avuto tre reazioni.

La prima è stata di tiepido stupore. Non è affatto raro che un calciatore professionista abbia esperienze di depressione o altre malattie mentali, principalmente dovute alla quantità enorme di sforzi (tra allenamenti e partite) e alla notorietà al quale è costantemente esposto (ancora più alte per un atleta del calibro di Buffon), che genera un enorme carico di aspettative e ansie difficilmente colmabili da chi non riesce a sgombrare la mente al momento di giocare. Non a caso, le società sportive hanno ormai da anni affiancato ai preparatori atletici una consistente parte di psicologi sportivi, volti a garantire la buona salute psichica degli atleti.

La seconda è stata una sincera ammirazione. In Italia, i calciatori sono spesso elevati al rango di divinità e, nonostante il processo di “umanizzazione dello star system” portato dai social network, questa categoria di atleti in particolare continua a godere di uno status al di sopra dei normali esseri umani (e nel 2003 la situazione non era affatto diversa). Il pregio di Buffon è stato quello di averne parlato apertamente in seguito al suo recupero, senza vergognarsi di aver passato un periodo terribile e di aver chiesto aiuto per uscirne; in un certo senso, è stato tra i primi antesignani del movimento per la consapevolezza sulle malattie mentali (“mental health awareness“), che solo di recente ha iniziato ad acquisire peso e importanza. Per quanto la depressione colpisca tutti, senza distinzioni tra ricchi e poveri, sconosciuti e famosi, è sempre molto utile che una persona riconosciuta e apprezzata da tutti per le sue qualità atletiche si esponga in maniera diretta e, seppur implicitamente, combatta lo stigma dell’imbarazzo sulle malattie mentali.

La terza è stata una reazione più spontanea. Non sono un appassionato di calcio, non lo seguo, non ne parlo, e a malapena conosco i nomi di qualche calciatore o allenatore; eppure, nel leggere la storia di Buffon, non ho potuto fare a meno di rimanere affascinato dalla sua reazione, quella di un uomo che ha rimesso in discussione se stesso per risolvere un dramma implacabile, trasversale, profondo. La mia simpatia per lui è cresciuta senza una ragione spiegabile, cosi come è inspiegabile il magma individuale di chi vive, soffre, e infine esce dalla depressione.

Perché, è sempre bene ricordarlo, se ne può uscire. Con o senza pallone d’oro.

***

Qui un’intervista del 2008 con la Stampa

Qui un articolo molto ricco e ben scritto sulla depressione di Buffon

 

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*