L’eroe di cui la fantascienza ha bisogno

L’eroe di cui la fantascienza ha bisogno

L’anno scorso è uscito Arrival, film di fantascienza vincitore di un Oscar per il miglior montaggio sonoro, e pressoché snobbato dalle nostre parti.

La sinossi è tutt’altro che banale: gli alieni arrivano sulla Terra, e il problema degli eserciti terrestri non è attaccare l’invasore, ma cercare di comunicare con creature all’apparenza inoffensive. Ovunque nel mondo, quindi, vengono assoldati esperti di linguistica per trovare un modo per comunicare con gli alieni; la trama evolve poi con un intreccio di flash-back e flash-forward, fino al suggestivo e intenso finale.

Mi ero letteralmente innamorato di quel film. In pochi giorni ho recuperato la raccolta dell’autore della storia originale, Ted Chiang (“Storie della tua vita”, pp. 313). La sensazione è stata quella di scoprire una piccola miniera d’oro: Chiang è uno scrittore statunitense poco prolifico (dagli anni ’90 ad oggi ha scritto pochissimo, quattordici storie brevi e un romanzo), ma quasi ogni storia è un capolavoro di bellezza, intuizione e maestria narrativa. Arrival è la trasposizione cinematografica di una di esse, ma ho piacevolmente scoperto che non è la migliore, né la sola meritevole.

(la protagonista di Arrival comunica con gli alieni usando il loro linguaggio scritto)

Ted Chiang è un autore di enorme profondità analitica e con la rara capacità non solo di immaginare cose nuove, siano esse scientificamente verosimili o semplici artifici di logica, ma anche di approcciarvisi da tutte le direzioni, dalle più banali alle meno scontate, eliminando il più possibile gli spazi bui o elementi di non-detto nel nucleo principale: in Arrival, ad esempio, la comparsa degli alieni è trattata al contempo con stupore, timore, curiosità, ironia, menefreghismo, cercando soluzioni facili, difficili, complesse o immediate, senza che i piani sembrino collidere né annacquarsi, e anzi integrandosi in una visione generale più ampia e comprensiva. Ciò che fa Ted Chiang è prendere un’idea, saggiarne la portata e la forza narrativa, e poi sviscerarla fino all’osso, testandone ogni possibilità e ipotesi, così che il finale è solo una delle conseguenze, oppure l’unica logica conclusione al netto della conoscenza che il lettore ha avuto modo di acquisire durante la lettura (che è enorme, eppur condensata dalle 20 alle 50 pagine).

Non farò molti altri esempi dalle storie di Chiang (avendo scritto molto poco, il rischio è di raccontare troppo!), mi limito a descriverne una che mi ha colpito moltissimo, l’ultima dell’edizione italiana: “Amare ciò che si vede: un documentario”, in cui si narra di un mondo in cui è stata isolata la porzione cerebrale che induce inconsciamente l’essere umano a credere che bellezza e aspetto estetico descrivano altri elementi positivi: chi si fa lesionare questa parte del cervello, in una condizione chiamata “calliagnosia“, è ancora in grado di percepire e godere della bellezza in senso intellettuale (ad esempio di un quadro o una sinfonia), ma è incapace di subire la leva emotiva che essa genera, e che ad esempio ci induce a considerare più affidabili le persone di bell’aspetto e più pericolose quelle brutte. Il modo in cui Chiang analizza quest’idea, attraverso l’espediente narrativo del documentario, è secondo me uno dei migliori della raccolta, e lascia il lettore con una vera conoscenza di un argomento che, a quel punto, è diventato reale.

Scoprire Chiang è stata una vera sorpresa, per me che mangio fantascienza da quando ero bambino e che in una decina d’anni ho letto quasi tutto ciò che avesse odore di Asimov, diverse cose di Philip Dick, e nel mezzo moltissimi altri autori e storie. Mi sembra naturale, quindi, allargare il discorso alla fantascienza nel suo complesso, e anche se non mi sento titolato a sufficienza per esprimere un giudizio complessivo sul genere, penso al contempo ci siano cose necessarie da dire.

Gli ultimi anni stanno segnando una sorta di rinascita del genere fantascientifico, che dopo l’enorme successo degli anni ’50-’80 sembrava non avesse più nulla di originale da raccontare (e non solo grazie a Chiang: penso ad esempio a film come Her, Interstellar o la trilogia recente del Pianeta delle Scimmie, ad anime/manga come Ghost in the Shell, Evangelion o Cowboy Bebop, a videogiochi come The Talos Principle, le saghe di Half-Life/Portal, la trilogia di Zero Escape). Quest’osservazione è già di suo contraddittoria, considerato che, per loro natura, gli autori di fantascienza tentano di anticipare il futuro, o immaginano scenari particolari in cui gli elementi sono indagati a fondo e testati nelle loro strutture logiche e filosofiche. Le tecnologie futuristiche di un mondo lontanissimo, pur avendo modellato l’estetica del genere, non sono in realtà necessarie a definirlo: ad esempio, la saga di Star Wars non è fantascienza, ma un fantasy con contesto, personaggi e ambienti storicamente appannaggio della fantascienza (lo spazio, la galassia, gli alieni), mentre un libro come Fahrenheit 451 è certamente fantascienza, pur avendo pochi degli elementi che oggi caratterizzano universalmente il genere.

Ma al di là di tassonomie che lasciano il tempo che trovano, ciò che si è perso negli scorsi anni non sono affatti gli oggetti/ambienti fantascientifici – che anzi si sono moltiplicati a dismisura, fino talvolta a contagiare aree e generi che non ne sentivano il bisogno – ma il nucleo centrale. La fantascienza, dopo la gloriosa eredità di giganti del ‘900, ha messo le sue radici in alcune aree tematiche ed elementi narrativi, ma spesso si è pigramente adagiata su di essi, dimenticandosi di portare innovazioni e intuizioni in grado di fare ciò che i grandi autori hanno fatto per decenni: ridiscutere, smontare le logiche, costruire nuovi sistemi. La grandezza di Asimov, ad esempio, non sta nell’aver enunciato le Tre (in realtà Quattro) Leggi della Robotica, ma nel non aver mai scritto una riga in cui vengono date per scontate: in ogni nuova storia vengono messe in crisi con sempre nuovi scenari e idee, fino a far pensare che quella sarà la volta buona in cui le Leggi crolleranno.

Ted Chiang ha scritto poco, e per giunta solo una piccola percentuale dei suoi lavori sono in ambienti fantascientifici classici, e alcune sue storie coinvolgono periodi lontani (“Settantadue lettere”), a volte abramitici (“La Torre di Babele”), a volte addirittura con temi teologici (“L’Inferno è l’assenza di Dio”), ma riesce sempre a centrare il punto profondo della narrazione fantascientifica, che fa bene ripetere fino alla nausea: costruire mondi, conoscerli, smontarli, rivoltarli, dare nuove idee, ridiscuterle, riformularle, esprimerne altre, in un circolo mai esausto di inebriamento logico, gusto del limite, vertigine delle implicazioni teoriche/sociali, e un macello di divertimento nell’oscillare in continuazione tra racconto, idee, astrazioni, sistemi, verità e realtà. Troppo spesso gli autori di fantascienza moderni hanno confuso il futuro con la tecnologia, la logica profonda con la sola razionalità, il sapore delle possibilità con la noia dell’ennesima galassia enorme ma vuota nel contenuto, dimenticando (o forse ignorando completamente) come una buona storia di fantascienza somigli più a un saggio di filosofia che a un macchinario di ingegneria aerospaziale. A tal proposito, mi è impossibile non citare il Ciclo delle Fondazioni di Asimov e la Trilogia di Valis di Dick, capolavori di incommensurabile bellezza e complessità.

Ovviamente, questo non significa che gli ambienti e oggetti fantascientifici siano inutili – anzi, mentirei se dicessi che non amo le Spade Laser, la Psicostoria, i Mecha, la Portal Gun, la Precrimine… – ma non bisogna confondere l’astronave con l’astronomia. Si può (e forse si deve) continuare a produrre fantascienza anche senza la scienza. Ted Chiang è certamente un maestro del genere, e uno dei tanti esponenti di quella fantascienza capace non solo di guardare il possibile, ma di scavarlo a fondo, imprimerlo con eleganza e rifletterci di continuo, in un periodo che va dalla chiusura del libro all’infinito.

(il famoso monologo finale di Blade Runner, esempio cristallino di fantascienza profonda)

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(l’immagine di copertina è del New Yorker, che ha scritto un bell’articolo su Ted Chiang)

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