“The Circle” non gira bene

“The Circle” non gira bene

Non sono uno di quelli che, se un film viene tratto da un libro, deve vedere su pellicola ogni parola e immagine evocate dalla carta: d’altronde cambiano lo strumento, il tempo di esposizione, il ritmo, ed è giusto che due opere connesse alla stessa storia, pur non dovendosi annullare a vicenda, godano di vita propria e abbiano le proprie necessità. Ma con The Circle riusciamo a sfiorare nuovi livelli di critica, e il mio cervello è quasi esploso nel tentativo di capire se facesse schifo, se fosse carino, se fosse un problema del mezzo cinematografico o se già il romanzo avesse così tante debolezze (spoiler: no).

Film del 2017 e tratto dall’omonimo romanzo di Dave Eggers, The Circle narra di una ragazza, Mae Holland, che entra a far parte della più grande impresa smart-tech del mondo (Il Cerchio, appunto), una sorta di ibrido tra Google e Facebook con molte più ambizioni totalitarie. La sua scalata ai vertici dell’azienda la porteranno a spingere al limite il concetto di privacy, fino ad annullarlo completamente e portarci a riflettere sul ruolo dei social network nelle nostre democrazie, e sull’importanza del gestire le nostre informazioni.

Ho letto e apprezzato il romanzo di Eggers prima che uscisse il film, e quest’ultimo l’ho (colpevolmente) ignorato sia perché ero stato diffidato da amici, sia perché il trailer non mi aveva incuriosito. Solo di recente l’ho recuperato, forzandomi a superare pregiudizi e retropensieri che mi suggerivano di darci un taglio, fare cose più produttive, perché non aveva senso perdere tempo dietro una storia che già conoscevo, mi era piaciuta, e rischiava di essere rovinata.

Tuttavia, pur con diverse pecche e contestabili rimaneggiamenti della trama, i primi due terzi di film scorrono lisci e piacevoli, complice il fatto di appoggiarsi quasi totalmente all’intreccio del romanzo. La sorpresa è giunta col climax, che mi ha condotto verso un finale assai confuso, uno dei peggiori che ho avuto modo di vedere negli ultimi anni.

(Emma Watson esprime i miei sentimenti in maniera impeccabile)

Sia chiaro, quel che è confuso non è il messaggio, che è limpido e riprende abbastanza fedelmente lo spirito del libro: il problema è che troviamo una serie di elementi che vengono mischiati in uno strano quadro che lascia se non storditi, quantomeno dubbiosi.

Mae, ad esempio, i cui pensieri verso il Cerchio oscillano e si ridefiniscono fino all’ultima scena, prende una posizione netta verso la sua azienda, ma senza far capire allo spettatore cosa pensa davvero fino a quel momento, cosa crede, cosa prova. Vediamo Mae in molte situazioni e in qualsiasi livello di intensità emotiva, ma in retrospettiva nessuna di esse è davvero importante, perché ogni cinque minuti vengono disilluse, o riformulate. La Mae del film è una sorta di marionetta, i cui fili vengono tirati dalla sceneggiatura, e non ha il modo né il tempo di ritagliarsi un minimo di sviluppo attraverso gli alti e bassi delle sue vicende.

Anche il suo “aiutante”, Ty Kaiden, è un concentrato di confusione: per quelle poche scene in cui appare vuole chiaramente sovvertire il sistema che ha creato, diventato l’equivalente tecnologico della Russia sovietica, ma finisce per diventare “più papista del Papa” e, cosa del tutto inaspettata, in completa balia della volontà di Mae (e, per proprietà transitiva, degli sceneggiatori), cestinando di conseguenza qualsiasi pretesa di superiorità morale che aveva lasciato intendere agli spettatori. Come se non bastasse, fa diverse scelte del tutto illogiche, che disseminano le sue brevi comparsate con buchi di trama enormi – iconica, in particolare, la scena in cui si presenta a Mae e le rivela la sua identità, perché “si fida” di una sua generica e ontologica bontà interiore, senza che lei abbia fatto cose rilevanti, né abbia dato motivo di mostrare la sua fiducia.

Gli “antagonisti”, a loro volta, non danno mai davvero l’impressione di avere una caratterizzazione completa: lo spettatore li osserva attraverso la luce riflessa del loro progetto, che li mostra come persone dall’ampia filantropia, ma che non sono in grado di capire le conseguenze para-dittatoriali delle loro azioni; alla fine, però, il colpo di scena li rovescia completamente, mostrandoli in una “vera natura di malvagi” che, tuttavia, stride completamente con il senso che si erano cuciti addosso. Una volta beccato, Tom Hanks bisbiglia“siamo fottuti”: non si capisce, però, se abbia semplicemente paura dei risvolti legali dell’essere stato colto con le mani nella marmellata, o se è deluso perché il suo (opaco) piano di dominazione globale high-tech è stato smascherato da una ragazzina laureata in storia dell’arte, e dal suo amico hacker dalla morale gelatinosa. Nel dubbio, sorseggia dalla sua elegante tazza promozionale.

Al contempo, però, il finale di The Circle non lascia totalmente a bocca asciutta, e si chiude il film con la sensazione di aver conservato qualcosa. Ed è proprio questo che non mi ha fatto dormire, e fatto spendere diverse ore per capire se avevo appena visto un bel film o una bidonata atroce.

La risposta che mi sono dato è che The Circle riesce a comunicare il suo messaggio, ma trascura la storia che dovrebbe veicolarlo. La metafora che circonda il film è chiara sin dai primi fotogrammi: l’eccesso di controllo informativo è un pericolo per la privacy, e cedere i nostri dati personali volontariamente non dovrebbe essere fatto a cuor leggero, per non condurci tutti verso una prigione dorata, costruita sperando di liberarci dalla fatica delle relazioni umane e diventare un macro-formicaio in cui crediamo di essere tutti vicini emotivamente, ma siamo solo interconnessi. Nello stesso istante, però, i personaggi del film hanno atteggiamenti incoerenti, inutili, o paradossali (come quando Mae discute con gli amici di sovvertire il Cerchio tramite telefoni tappezzati di simboli del Cerchio), e la loro esistenza non è altro che un piacevole pretesto per trasmettere il sermone, un contorno narrativo per lo scopo sociopolitico.

In un certo senso, il film (ma, per fortuna, non il libro) sovverte una delle regole d’oro della scrittura: show, don’t tell. Non si spiega, in sostanza, cosa possa distinguerlo dalla lettura di un saggio sul diritto all’oblio e sui rischi dittatoriali dell’abuso di violazioni della privacy, al di fuori degli occhi liquidi di Emma Watson, delle sfavillanti architetture alla Silicon Valley, degli smile e dei frown che fanno tanto cool. Invece di farci mangiare le verdure, The Circle le condisce con lo zucchero e gli smartphone, auspicando di diventare il sequel morale di 1984, in un mondo in cui non si è mai stati tanto vicini alle premonizioni orwelliane: il risultato sono tre quarti di film di cui la metà sono spesi ad ascoltare spiegazioni, e un finale che, per forzare la parabola nella direzione desiderata, stravolge e disintegra il senso del racconto.

In sintesi, il film di The Circle riesce abbastanza bene nel suo intento evangelizzante, ma fallisce nel renderlo soddisfacente in senso artistico, in particolar modo quando ignora importanti buchi di trama e spera di coprirli con la gloriosità del suo messaggio, ritenuto tanto importante da poter sovrastare intrecci e caratterizzazioni. Va bene il coraggio, ma le buone intenzioni non possono dimenticarsi di essere ben applicate.

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