Il senso della vita (non) può attendere: Finding Paradise

Il senso della vita (non) può attendere: Finding Paradise

Nel 2011, un piccolo videogioco dalla grafica minimalista e dalla toccante colonna sonora sconvolse molti giocatori, ponendosi in cima al pantheon delle opere che hanno fatto sgorgare le lacrime di moltissimi: To The Moon, sviluppato dalla Freebird Games. Poche settimane fa è uscito il suo attesissimo sequel, Finding Paradise. In questa recensione mi focalizzerò sul secondo gioco, pur dovendo inevitabilmente richiamare il primo.

Sia in To The Moon che in Finding Paradise, il giocatore interpreta due scienziati, Rosalene e Watts, il cui mestiere oscilla tra il filosofico e l’avventuroso. Tramite infatti un sofisticato macchinario, i due sono in grado di viaggiare nei ricordi di una persona in punto di morte, per garantire ad essa di vivere il suo ultimo desiderio, qualunque esso sia, modificando la sua memoria. Come dei geni della lampada fantascientifici, Rosalene e Watts attraversano la vita del paziente dal suo ricordo più recente fino all’infanzia e, studiandone la storia, comprendono più a fondo il suo desiderio e cosa modificare per renderlo reale, seppur solo nella sua mente e appena prima di morire.

In To The Moon, il desiderio è (all’apparenza) semplice: andare sulla Luna. In Finding Paradise, diventa più sofisticato: avere una vita appagante e felice, ma senza modificare i ricordi, o al massimo pochissime cose.

(Da qui in poi, dovrò necessariamente scrivere diversi spoiler, pertanto consiglio a chi vuole giocare a uno o entrambi i giochi di tornare in seguito. Vi aspetto!)

Ciò che rese To The Moon un capolavoro fu, soprattutto, l’enorme carico di sentimenti che, con pochissimi mezzi, il gruppo Freebird riuscì a far emergere nei giocatori. Con la sua grafica retrò (che richiama gli rpg degli anni 90, dagli Zelda ai Final Fantasy) e con una colonna sonora dominata dai suoni del pianoforte, To The Moon raccontò non la storia migliore di tutte, ma una delle più toccanti di sempre.

Con queste premesse, Finding Paradise arriva con un’eredità pesante, come se fosse il figlio di una grande rockstar, o il sequel di Star Wars (ops…). Era, in effetti, impossibile replicare la potenza espressiva del suo predecessore, e gli appassionati, aspettandosi di usare un’adeguata quantità di fazzoletti, erano già pronti psicologicamente ad affrontare un nuovo fiume di emozioni.

Fortunatamente, Finding Paradise si distanzia da To The Moon, pur mantenendo ambienti e personaggi pixelosi, e l’immancabile pianoforte in sottofondo. Finding Paradise trova la forza nelle sue gambe e, soprattutto, nella sua rinnovata impalcatura filosofica, che lo rendono un gioco decisamente più maturo e profondo.

Come già accennato, il desiderio del morente, Colin, è questa volta più complicato, tale che non basterà semplicemente modificare i ricordi per esaudirlo. Nello specifico, egli chiede, se proprio dev’essere modificato qualcosa, di lasciare intatti i ricordi della sua famiglia, che ama sopra ogni altra cosa. Rosalene e Watts, inizialmente confusi sulla natura della richiesta, comprendono in seguito l’elemento chiave nella memoria di Colin: Faye, una bambina con la quale ha condiviso molto del suo tempo, e che nella sua vita adulta è come sparita di colpo, senza una ragione.

Indagando a fondo, scopriamo che Faye è, in realtà, una creazione della mente di Colin, una sorta di “amica immaginaria” che Colin ha generato per diverse ragioni. La prima, forse banale, è quella di avere compagnia in un’infanzia solitaria; la seconda, più sofisticata, è quella di convincersi a fare delle scelte che altrimenti non avrebbe avuto il coraggio di compiere da solo – la più importante è, certamente, quella di andare alla scuola per piloti d’aerei, mestiere che svolgerà da adulto.

Il lavoro di Rosalene e Watts, a questo punto, non è solo dare una risposta ai desideri di Colin, ma anche interpretare la sua domanda: in che modo Faye è coinvolta nella sua incapacità di essere felice? Cosa bisogna farne? La stessa Faye, dopotutto, è tutt’altro che passiva nel processo: attacca Rosalene e Watts, impedisce loro di lavorare, li ostacola nel raggiungimento dei ricordi. Alla fine, benché il lavoro degli scienziati della “Sigmund Corporation” (il cui nome richiama, ovviamente, a Freud) sia quello di eseguire e non giudicare, Rosalene e Watts dovranno prendere una decisione, e capire cos’è meglio per Colin, anche rinunciando a un po’ di etica professionale.

In Finding Paradise, l’elaborazione psicologica raggiunge un livello di complessità rara, e viene snodata in almeno due grandi tematiche.

La prima è l’impossibilità di conoscere davvero chi ci sta accanto. Colin e la moglie Sofia, sposati da decenni e genuinamente innamorati, sono una coppia di anziani d’altri tempi, in cui l’amore non conosce date di scadenza, e la noia è una parte dell’equazione, non una variabile antitetica alle passioni. Tuttavia, quando Colin decide di usufruire dei servizi della “Sigmund Corporation”, Sofia ha una reazione al contempo rassegnata e sconvolta: da un lato, la richiesta del marito coincide con l’impressione che lei ha della sua tristezza di fondo, della mancanza di senso che permea ogni suo sguardo; dall’altro, modificare i ricordi può significare distruggere tutto, e nessun rimorso è tanto importante da far rinunciare a un’intera vita costruita insieme. Inutile è il tentativo di Colin di spiegarle che no, il loro matrimonio è saldo, ed è veramente felice con lei: Sofia sa che manca un tassello, e non può aggiungerlo lei. In questo senso, l’umore di Colin ricorda (ma non si sovrappone a) quello delle persone depresse: pur con una vita piena, non ha veramente tutto, e sa che gli manca uno sfuggente ma doloroso qualcosa.

La seconda è la capacità di autorealizzarsi. Finding Paradise non cede semplicemente alla metafora del “la felicità è dentro di te”, o che “nel tuo inconscio c’è tutto ciò che serve”: Faye parrebbe un’ottima rappresentante di questa vulgata, ma durante tutta la storia capiamo che non è così semplice, e la spicciola filosofia new-age non basta. A dire il vero, Faye somiglia molto alla definizione che Jung (noto psicoanalista) dà di “Anima”.

Jung definiva “Animus e Anima” come la compensazione maschile e femminile nell’inconscio degli esseri umani: Animus per le donne, Anima per gli uomini. Il suo ruolo, nel processo definito “individuazione” (in breve, di autorealizzazione piena e consapevole) è duplice. Per prima cosa, l’Animus è la “parte maschile” nella donna, ed Anima quello femminile nell’uomo, e si occupano di compensare gli elementi psichici dell’altro sesso. In secondo luogo, ed è forse l’aspetto più importante, svolgono il delicato compito di traghettare l’Io dell’individuo, parziale e limitato, nel grande mare dell’inconscio collettivo, fucina di significati universali e di immagini archetipiche. (Per un breve approfondimento sul tema, consiglio questo mio articolo scritto alcuni anni fa per “La Stessa Medaglia”)

Faye è in un certo senso l’Anima di Colin, benché la vediamo più nel suo ruolo di traghettatrice che di compensazione di aspetti femminili. Non è solo un’amica che lo sostiene, è colei che, fino al momento del suo diploma come pilota di aerei, gli ha dato la forza di stare in piedi con le sue gambe, di affrontare le sue ansie, di conquistare il suo posto nel mondo. Ma non può sostenerlo per sempre, e la sua sparizione è una tappa necessaria della crescita, per quanto dolorosa per Colin. L’altra metà della sua vita, con la sua famiglia e senza Faye, si svolge in maniera felice e appagante, pur con alcuni rimorsi che, come Colin comprende, sono piccoli incidenti che non hanno fatto altro che migliorarlo.

A questo punto, la richiesta di Colin è finalmente chiara: ritrovare la sua perduta Faye. Sì, ma solo in parte. Colin non lascia mai ad intendere che si fosse dimenticato di lei, né che fosse Faye l’oggetto del suo desiderio. Ciò che mancava a Colin, più che Faye, era il “senso” che lei sapeva donargli, la capacità di unire i tasselli della sua vita, di dargli un filo, un significato. Faye è l’Anima poiché fornisce a Colin il senso dell’esistere, ma la vita che Colin ha vissuto senza di lei non è stata priva di felicità. Felicità e Significato sono, in Finding Paradise, due concetti che viaggiano paralleli, che possono esistere uno senza l’altro, ma solo assieme hanno un senso per Colin. Per questo l’infanzia con Faye è tanto importante quanto il matrimonio con Sofia: sono due parti distinte di un unico, meraviglioso quadro di pienezza interiore.

Rosalene e Watts capiscono che il loro intervento non è più necessario: Colin ha Sofia, la sua Felicità, e ha ritrovato Faye, il suo Significato.

Finding Paradise è maturo, delicato, toccante, profondo, sincero. E noi, pur con meno lacrime, ne usciamo pienamente soddisfatti.

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