“Avengers: Infinity War”, come scommettere sul pubblico migliore

“Avengers: Infinity War”, come scommettere sul pubblico migliore

Ci sono diversi motivi per guardare Avengers: Infinity War.

Il primo è capire i tanti meme sul film.

Il secondo è osservare i nuovi sviluppi della narrativa pop supereroistica che, pur faticando a scrollarsi di dosso il peso di cliché decennali, transita lentamente verso un genere se non più maturo, quantomeno più articolato, che non si accontenta di imboccare lo spettatore col manicheismo e gli effetti speciali, e mira a una ridefinizione degli intrecci e delle avventure dei supereroi e dei supercattivi.

Ma andiamo con ordine.

(ovviamente, si tratta di una recensione-critica con spoiler. È bello, andate a vederlo, e poi tornate qui)

Non sono mai stato un cultore di film, serie e fumetti Marvel, pur avendo visto una discreta parte delle ultime produzioni. Nell’accomodarmi sulla morbida poltroncina del cinema ho quindi fatto una rapida carrellata mentale della mia conoscenza del Marvel Cinematic Universe, l’idra con decine di teste di supereroi e supereroine, intreccio faticoso di storie, sentimenti e visioni del mondo parecchio diversi tra loro, ma legati da un filo rosso che ha, negli Avengers, il suo gomitolo narrativo.

Avengers: Infinity War, terzo capitolo di questo coraggioso crossover che ha già macinato diversi record d’incassi, mi si parava di fronte senza grosse aspettative. Il primo film, pur nell’ambizione di riunire sotto un unico vessillo cinematografico una variegata compagine di supereroi, mi era sembrato un’americanata dimenticabile; per il secondo, invece, ho dovuto chiamare in causa tutta la mia pazienza per non invadere i Marvel Studios con hulkiana forza, e mangiare sceneggiature, bobine, e tutto il merchandising con “Ultron” stampato sopra.

Lo scopo segreto dei soldi spesi al cinema era, insomma, pescare nuova materia prima per elucubrazioni su quanto facciano schifo i film per le masse, tutti drogati di effetti speciali, gonfi di finta retorica buonista e superficiale, con trame orrende, personaggi decenti solo se hanno addominali definiti e tette galattiche, e sferzare filippiche su come si dovrebbe scrivere un buon film, o quantomeno qualcosa di decente che non distrugga completamente l’arte narrativa (no, non ho ancora digerito del tutto l’ottavo film di Star Wars).

Mi sono dovuto ricredere. Avengers: Infinity War è bello. E la ragione è molto semplice: non tratta gli spettatori come degli idioti.

(“Così è questo il potere di una buona sceneggiatura”)

Il film dura due ore e mezza, di cui all’incirca cento minuti sono spesi per raccapezzare una ventina tra supereroi e superaiutanti in un unico quadro e contro un unico nemico, Thanos. È lui, infatti, il vero protagonista del film: il suo viaggio alla ricerca delle Gemme dell’Infinito è il cardine attorno al quale ruotano le scelte e i piani di battaglia di tutti gli altri, nel tentativo di fermare un’entità che già dopo venti minuti riesce a sfiorare l’onnipotenza. Thanos ottiene due delle sei Gemme in poche scene, e solo queste bastano per capire il divario di potere tra lui e tutto il blocco degli Avengers. Ma sono necessarie tutte e sei per il suo obiettivo: cancellare metà degli esseri viventi dall’esistenza, e consentire alle civiltà rimaste di progredire sfruttando diligentemente le proprie risorse scarse.

Quel che piace di Thanos, e lo rende interessante allo spettatore, è la sua composta risolutezza, il grande dolore che prova nel sul percorso, e la costante chiarezza di pensiero che lo guidano senza sadismo, ma solo con forte desiderio di fare il bene dell’Universo nella sua interezza, con una morale discutibile, ma innegabilmente presente. Thanos non è cattivo per il gusto di esserlo, né per mera ambizione personale: è un perverso filantropo, altruista nella sua lucida follia. Ed è questo il primo punto forte del film: non essersi arresi al cliché del generico cattivo che vuole conquistare “il Mondo”, “la Galassia”, “l’Universo”, o altre entità spazio-temporali abbastanza estese e appetibili per la megalomania di un singolo pazzo. Thanos è un cattivo con uno scopo comprensibile e al contempo caratterizzante, che gli permette di essere ricordato una volta usciti dal cinema.

L’unico vero problema che Thanos genera è sul lungo periodo. I Marvel Studios hanno alzato l’asticella della potenza dei cattivi a un livello praticamente divino, e tutti gli altri che appariranno d’ora in poi saranno necessariamente al di sotto, a meno di voler tirare fuori dall’enorme cilindro fumettistico un personaggio con ambizioni e poteri ancora superiori a quelle della creazione stessa dell’Universo. Ciò non è in sé un male, se la Marvel riuscirà a mostrare degli antagonisti che, come Thanos, non sono racchiusi in una maschera di malvagità pura, e hanno desideri, obiettivi e ragioni che li caratterizzano.

“Non facciamo quasi un cazzo, però siamo oltremodo fighi”

Al di qua della barricata, gli Avengers lottano e si impegnano per contrastare l’ascesa del gigante viola, riuscendo talvolta a frenarla, talvolta quasi ad abbatterla. Le coalizioni e sovrapposizioni di mondi e storie diverse si svolgono in maniera fluida e coerente, per quanto a tratti si abbia la sensazione di assistere a una grigliata mista di supereroi.

Il film non approfondisce nessuno degli eroi in scena, rimandando continuamente ai lavori precedenti del Cinematic Universe, spendendo appena un paio di scene per rettificare alcuni archi narrativi, per aggiungere dettagli a beneficio dei nerd marvelliani, e per far notare agli appassionati il restyling di costumi, capelli e barbe. La commistione tra apparizione degli eroi e combattimenti riesce bene, e alterna fluentemente i momenti di dramma con quelli di comicità (menzione d’onore per i Guardiani della Galassia, riuscitissimi nel ruolo).

Nella giostra di battaglie colossali e momenti strazianti, si riesce così a intravedere il valore aggiunto di Avengers: Infinity War: la capacità di portare ventate di innovazione e intrattenimento in un genere con trame spesso prevedibili, intrecci noiosi, giustificazioni passabili, e in definitiva la noia su grande schermo. Il kolossal non si ferma al “eroi e cattivi che si picchiano, e alla fine vincono i buoni”, né ci inganna con difficoltà fittizie affrontate dagli eroi, che vengono superate con imbarazzante facilità.

Arriviamo quindi al punto cruciale: il finale.

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(il maestro Ortolani nella sua meravigliosa recensione)

Thanos riunisce le sei Gemme, fa sparire metà dell’Universo, e sorride di fronte alla sua opera compiuta, lasciando dietro di sé desolazione, confusione, e l’impossibilità di capire come caspita faranno gli eroi a spuntarla stavolta.

La scelta non è azzeccata solo sul profilo del marketing, dove il prossimo film ci rivelerà la soluzione della complicata equazione, ma perché rinuncia all’idea che tutto debba andare sempre bene, e che si possa mostrare allo spettatore qualcosa che ha iniziato a temere, che in cuor suo non vuole davvero, e che contrasta con l’idea collettiva di come debba finire una storia di supereroi. Far vincere un cattivo, seppur temporaneamente, è una scelta che viene considerata difficile da prendere in un film di così ampio pubblico, perché rischia di alienarsi le grazie di chi vuole un prodotto tiepido, facile da gustare, e riscalda il cuoricino dalle brutte cose della vita.

È un rischio, certo, ma solo se si cade nel tranello logico di considerare gli spettatori come una massa acefala incapace di discernere cosa sia interessante, e cosa sia banale. La Marvel ha voluto nuovamente mostrare ciò che gli autori di storie vanno ripetendo da tempo: il pubblico, specie quello odierno, è più intelligente di come lo dipingiamo, capisce quando lo si prende in giro, quando lo si vuole bollire nei racconti sempre uguali, e quando gli si vuole chiedere uno sforzo maggiore di attenzione e interesse, perché tale sacrificio promette una storia migliore.

L’espediente della vittoria dei cattivi non è nuovo, e questo non è sicuramente il migliore, ma è esattamente quello che serviva al momento giustoAvengers: Infinity War giunge dopo una decina d’anni di film Marvel che hanno presentato tutti i supereroi in scena, ce li hanno fatti conoscere, apprezzare, amare, odiare, fatti riunire alcune volte per obiettivi comuni, e spesso li ha cullati con facili vittorie. Thanos è il punto di svolta di un intreccio molto più grande del singolo film in cui appare, che definirà i prodotti Marvel da qui ai prossimi anni, e promette di smetterla con un universo dove essere “super” significa avere la strada spianata. Il successo del film è, a mio avviso, tutto concentrato su questi pochi, semplici aspetti di sceneggiatura, che sembra tornata ad essere il cuore del film, e non lo scheletro su cui ricamare la computer grafica.

Il cliffhanger della vittoria di Thanos è, però, un’arma a doppio taglio. È certamente il miglior risultato possibile per questo film, ma rischia di essere bruciato alla partita di ritorno, con un sequel che può tanto valorizzare i risultati, quanto appiattirli nuovamente nella banalità a cui siamo abituati. Avengers: Infinity War è una scommessa riuscita, ma non ha ancora giocato tutte le carte. Il suo necessario seguito definirà le vere intenzioni della Marvel, e ci mostrerà se abbiamo ben riposto le nostre speranze, o se il cambiamento verrà affossato da una retromarcia verso l’usato sicuro.

Noi comunque saremo di nuovo al cinema, pronti a stupirci, ma non a lasciarci ingannare.

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