Transistor, la magia del sentiero frammentato

Transistor, la magia del sentiero frammentato

“Hey, Red.”

La voce del Transistor emerge lentamente con un tono preoccupato, fino a coprire il ronzio della Cloudbank, l’immensa città avanguardistica dove tutto cambia, anche se nulla cambia.

La piazza è vuota, e l’uomo che un tempo Red conosceva è accasciato a terra, la schiena appoggiata a una siepe, e un’enorme spada tecnologica conficcata nel petto. È morto, ma non sembra curarsene più di tanto.

“Non ce la caveremo così facilmente, vero?”

Il Transistor si fa estrarre facilmente, senza versare una goccia di sangue. I suoi commenti fanno da sfondo all’esplorazione di Red, che non ha la minima intenzione di restare seduta ad attendere il suo destino. È necessario capire cosa fare, dove spostarsi, come combattere. Da chi difendersi.

“La tua voce, Red…te l’hanno tolta.”

È vero. Per quanto provi a far risuonare la sua meravigliosa voce, dalla bocca di Red non esce altro che qualche nota effimera. La sua carriera di cantante è finita, ma forse è la cosa meno grave. Per fortuna, il Transistor è abbastanza chiacchierone, e si prodiga a commentare gli eventi e i paesaggi senza bisogno di un interlocutore attivo.

“Dobbiamo scoprire chi ci ha fatto tutto questo.”

Red fa ondeggiare il Transistor, emettendo violente scosse dal suo nucleo, che sembrano in grado di distruggere i Processi. Un tempo erano loro a costruire e mutare il Cloudbank a seconda delle richieste (e dei capricci) dei suoi abitanti, ma ora non sono che zombie robotici intenti a seguire gli ordini iscritti nei circuiti. Una programmazione che non ammette intrusi, non conosce il bene e il male, e non si fermerà davanti a nessuna ragazza dai capelli rossi.

“Andiamo, Red.”

Durante le vacanze natalizie, Steam, la più famosa piattaforma di distribuzione digitale videogiochi, ha ogni giorno istituito delle votazioni tra gli utenti per decidere gli “Steam Awards”, premi per diverse categorie tematiche o tecniche dei videogiochi. Per la categoria “Miglior colonna sonora”, dietro a famosissimi titoli come NieR:Automata, Undertale e Cuphead, spuntava un piccolo gioco indie del 2014, Transistor, dallo scenario fantascientifico e dagli ambienti dipinti al neon.

Come già mi era capitato in passato, Transistor è stato in grado di lasciarmi qualcosa al di fuori dell’esperienza di gioco, pur avendolo cominciato senza grosse aspettative iniziali. Il giocatore controlla Red, una cantante muta, armata solo della sua tenacia e del Transistor, arma tecnologica dalle immense potenzialità. A seguito di un imprecisato evento riguardante un uomo morto e il Transistor stesso, Red dovrà spostarsi per la Cloudbank, per scoprire cosa sta succedendo, e se può porvi rimedio.

Gli aspetti che mi hanno fatto innamorare sin da subito di Transistor sono tre, che singolarmente non sono i migliori di sempre, ma insieme contribuiscono a dare al gioco un’impronta unica.

Il primo è l’ambientazione. La fantascienza di Transistor somiglia a quella di Blade Runner, a partire dal luogo degli eventi, una megalopoli caotica fatta di edifici che sembrano ammassarsi una sopra l’altro, come a sgomitare per un poco d’aria; a ciò contribuisce la prospettiva isometrica (ovvero il punto di vista del giocatore, in terza persona, dall’alto e a tre quarti), che mischia sfondo e primo piano in un unico quadro, dando la perenne sensazione di caos ordinato. Cloudbank è poi una città governata da una forma di democrazia diretta digitale, in cui il voto dei cittadini tramite sondaggi quotidiani contribuisce a mutare gli edifici, i colori, persino il meteo; alcuni terminali ci permetteranno di sperimentare questo elemento, dando il nostro contributo alle scelte collettive, come una pennellata che può essere una tra tante, o quella che deciderà cosa risalta in primo piano.

Il secondo, come già accennato, è la colonna sonora. Dopo aver finito il gioco, mi sono pentito amaramente di non averla votata agli Steam Awards: ogni livello delle musiche di Transistor è perfettamente amalgamato con la storia, che si tratti di un ritmo serrato durante i combattimenti, una sinfonia malinconica nei flashback, una più rilassata negli intermezzi di pausa. In ogni momento è anche possibile far canticchiare Red sulle note del sottofondo, aggiungendo un tocco di magia a una protagonista con la quale possiamo costruire un rapporto più profondo. La cura messa nei legami tra musica, testi, sensazioni e gioco è magistrale, tale che è impossibile pensare a Transistor senza di essa.

Il terzo sono le meccaniche di combattimento. Come fu per Bastion (gioco della stessa casa di produzione), in Transistor si comincia con due poteri, detti “Funzioni”, per poi ottenerne altri durante il gioco raccogliendoli da personaggi legati alla trama, oppure salendo di livello. Questo ci fornisce nuove Funzioni, ma anche nuove prospettive e descrizioni della storia – ad ogni Funzione è legata una “scheda personaggio”, che diventa sempre più ricca e dettagliata a seconda di come utilizziamo il potere ad essa collegato. Le Funzioni sono a loro volta collegabili e riutilizzabili come attivi, passivi, e integrazione di altre Funzioni, incentivando il giocatore a sperimentare creativamente nuove combinazioni e scegliere la più efficace in diversi contesti. Come se non bastasse, durante il combattimento è possibile pianificare le nostre azioni grazie al “Turn()”, che congela il tempo e ci fa decidere quali mosse eseguire istantaneamente, rendendo i combattimenti di Transistor un mix tra un RPG d’azione e uno strategico, in cui l’istinto e la tattica si mischiano e si completano.

Ma al di là di tutto questo, Transistor colpisce per la sua narrazione frammentaria, dove progressivamente scopriamo più dettagli, ma mai a sufficienza per dire di aver compreso la storia; conosciamo gli antagonisti, ma non tutto ci è rivelato; giungiamo a un finale di grandissimo impatto visivo ed emotivo, ma lo comprendiamo solo in parte. Ed è proprio l’incompletezza narrativa a far risaltare gli eventi di Transistor, non solo perché ogni giocatore può colmare i vuoti con ciò che ritiene più sensato, ma perché ci si rende conto che non è affatto necessario farlo. Anche dopo aver finito due volte il gioco, o dopo aver letto teorie e descrizioni su Internet, Transistor rimane misterioso, eppure incredibilmente familiare e vicino al giocatore, regalando esperienze e sensazioni che vanno oltre la comprensione lineare della trama, o l’approfondimento dettagliato del contesto. Il tutto senza rinunciare al gusto del divertimento, alle battaglie a colpi di combo e tattica, che condiscono l’esperienza e gratificano i nerd.

Transistor è una poesia in formato videogioco, dove i versi trasmettono un intimo significato e delicate emozioni, la musica e il ritmo si fondono con le parole dei protagonisti, e il risultato finale è al contempo ermetico e brillante.

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