Linguaggi di solitudine

Linguaggi di solitudine

1.

Le aveva detto che la amava. Insomma, con quella canzone… era come se lo avesse fatto. E lei, nessuna reazione. Sei ore da quando le aveva detto che la amava, e neanche una risposta. Possibile che non avesse capito? Aveva fatto tutto in modo che se lei avesse contraccambiato, non avrebbe potuto non capire. Eppure, ora lo consumava il dubbio. Forse avrebbe dovuto essere più chiaro, però non riusciva a levarsi dalla testa che, se questo si fosse rivelato necessario, il motivo sarebbe stato che lei non lo amava. Anzi, a lei di lui non interessava affatto. No, impossibile. Si rifiutava di credere di aver frainteso proprio tutto. C’era sicuramente, innanzitutto, una bella amicizia. C’erano (e su tutti i social, segno che non se ne vergognava) le loro foto insieme. Molti mi piace, ma anche cuori in quantità non trascurabile. Certo, lei era complicata e aveva bisogno dei suoi tempi. Va bene, comprensibile. Ma appunto per questo, per non farla scappare, ci era andato coi piedi di piombo: aveva cominciato con giusto un paio di commenti a settimana, dolci ma amichevoli, ai post che condivideva. Una cosa discreta. Intanto, la primissima volta era stata lei a scrivergli, con una scusa qualsiasi; gli era sembrato evidente. E lui si era impegnato a dare risposte brillanti, ma disimpegnate: mai troppo lunghe, mai troppo pretenziose. Il giusto spirito, però, sempre. Quante volte, poi, si era trattenuto dal mandarle messaggi vocali: esageratamente impegnativi, lei non avrebbe gradito. Era certo, che i sorrisi di lei, a un certo punto, si fossero fatti più aperti. Instagram testimoniava. E’ vero anche che, su Facebook, c’erano state delle prese di distanza. Lei non lo taggava mai. Forse aveva capito, ma non desiderava una relazione; forse lo considerava un amico. Non era pronta. O magari non era una che taggava in amore.

Lei non aveva guardato tutte le sue storie, ma questa poteva benissimo essere una strategia. E funzionante, anche: ci era stato male, aveva perso ore a investire di speranze quella via di comunicazione. E invece, quanti piccoli pezzi di sé gli aveva impedito di mostrarle! Le parole di quelle poesie, le frasi accuratamente scelte, le canzoni (quanto aveva sperato che si sarebbe presa il tempo di ascoltarle!) le avrebbero raccontato chi fosse davvero. Aveva messo insieme per lei tutti gli indizi necessari a conoscerlo. Mica solo un elenco di virtù: voleva che il loro fosse un rapporto autentico. Solo in un secondo momento aveva cominciato a sfruttare anche lo stato di WhatsApp. Non era riuscito a impedirsi di porre una maniacale attenzione a tutti i cambiamenti di quello di lei. Se lei avesse fatto lo stesso col suo, avrebbe intuito facilmente l’effetto che i loro incontri avevano su di lui, per quanto tentasse sempre di sublimare il sentimento in frasi ermetiche. Quel pomeriggio, dopo tanta preparazione, gli era sembrato il momento di agire. La mattina, infatti, l’aveva trovata particolarmente bendisposta. Lei aveva perfino mostrato di ricordarsi del contenuto di una sua storia: una canzone romantica, ma non banale, di cui aveva adorato il ritornello. Doveva significare che ce l’aveva fatta, a entrarle nel cuore, a coinvolgerla abbastanza da far seguire le proprie briciole. Così, si era risolto a tentare il tutto per tutto: aveva fatto una storia con quel solo ritornello e l’aveva messa su WhatsApp, su Instagram e su Facebook. Tanto per essere sicuro. Ma lei non ne aveva visualizzata nemmeno una. A volte era molto distratta; altre volte studiava molto e metteva da parte il cellulare per ore. E però, era entrata su Facebook e aveva lasciato qualche traccia su Instagram. Magari c’era qualche problema tecnico: tenue, tenuissima speranza, ma perché negarsela?

Dopo ventidue tormentatissime ore, infine, si era visto costretto a prendere la decisione più sofferta: era assolutamente necessario mettere in chiaro le cose, a costo di esporsi irrimediabilmente. Il suo comportamento aveva reso inevitabile un confronto diretto. Sì, non c’era altra soluzione: avrebbe lasciato passare un paio di giorni, poi avrebbe rimesso la stessa storia, e l’avrebbe taggata.

2.

La giornata al lavoro è stata lunga e pesante, come lo sono tutte per l’uomo da ormai dieci anni a questa parte. Ogni giorno sopporta l’ avvicendarsi allo sportello di individui scocciati, ognuno con il proprio problema da risolvere, ognuno pronto a far valere i propri presunti diritti. Ha smesso di chiedersi chi e cosa li abbia addestrati a pretendere con tanta sicurezza, o da dove vadano a pescare tutta quella carica aggressiva. Gli sembra si preparino: quando mancano cinque numeri al loro turno, cominciano a guardarsi intorno in cagnesco; così, poi, davanti all’uomo, non resta che scaricarsi. Ormai si è abituato. A mezzogiorno si rifugia in ufficio per mangiare da solo. Il suo attimo di pace. Anche i colleghi, del resto, li trova tutti insopportabili. Pure loro, con i finti sorrisi, le finte scuse per perdere tempo e infine le pretese, vere queste, di affidare a lui, “alla sua esperienza” le patate bollenti. Alle sette può tornare finalmente a casa. Un mezzo saluto da sua madre, un terzo di saluto da due dei suoi tre figli, di solito un altro mezzo o un quarto di saluto da sua moglie, a seconda se si sia ricordato o meno di prendere tutto ciò che è segnato sulla lista della spesa. Questa sera ha scordato i broccoli. Per prevenire nuove lamentele riguardo le sue capacità relazionali, a cena si obbliga a portare sempre un suo debole contributo alla conversazione. Oggi fa un commento sul tempo e una battuta delle sue, brutta. Si appresta a gestire le reazioni come da prassi.

Sa bene che Teresa, quarantasei anni, stasera non può sorridere. Proprio ieri ha presentato per la sesta volta questo mese lo stesso reclamo: l’anta dell’armadietto del bagno produce un fastidioso cigolio e tutte le richieste di intervento sono state ripetutamente ignorate dall’uomo. Probabilmente sarà costretto a provvedere nel fine settimana, prima che la situazione si aggravi. Avanti il prossimo. Lucia, vent’anni, opta per un terzo di sorriso. La ragazza è sveglia: hanno avuto di recente una controversia relativa alle sue scelte di abbigliamento, ma stasera le serve la macchina. Lo dice, cortese e veloce; le viene concessa. Michele, quindici anni. Non si registra più alcuna reazione spontanea da un’accesa discussione avvenuta due settimane prima. Lo sguardo ancora spento lascia sperare che debba almeno finire il mese prima che il ragazzo torni a presentare problemi.

Solo altri due numeri e l’uomo potrà forse trarsi in salvo.

Un sorriso intero dalla signora Antonia, ottantanove anni, che abbisogna che il figlio la accompagni in bagno. Accordato. Sono necessari dieci minuti per questa pratica. Al ritorno dell’uomo, Chiara, undici anni, ha ancora più di un terzo di sorriso, perché non ha ben capito la battuta e non ha potuto misurare, dalle reazioni degli altri, quanto sia divertente. Sono già due minuti che ha attaccato a chiacchierare della sua giornata. La guardano tutti di sottecchi, fingendosi concentrati sulla cena. Non ha ancora imparato, lei. L’uomo ascolta distrattamente e cerca di mantenere la calma; quelli così si presentano sempre all’orario di chiusura. La tensione si fa palpabile, in attesa della sua reazione. Ma stasera l’uomo non ha voglia di arrabbiarsi: comunica a Chiara, undici anni, che può ripensare la sua questione e ripresentarla, in forma più chiara e concisa, il giorno seguente, quando le sarà assicurato il primo turno.

L’uomo finisce di mangiare e si alza da tavola. Lo sportello è chiuso. Che piacere, godersi in pace la partita.

3.

19/03/2018

Cara Marta,

come da te richiesto ti invio tre racconti – se così si possono definire – scritti di mio pugno. Parlano di solitudine, e provano a parlare un linguaggio, perché mi hai detto che bisogna scrivere di ciò che si conosce. La vera esperta sei tu; a me, se non altro, queste cose interessano. Avevo detto che non avrei avuto il coraggio di mandarteli; non so se sarai stupita quanto me da questo ripensamento, ma credo di no. Mi hai assicurato che si scrive sempre per qualcuno.

E in effetti… Ricordi l’incubo che mi raccontasti? Quello del vento. Penso che abbia qualcosa a che fare con queste pagine. A me fece molta impressione, e mi è tornato in mente di recente, in queste immagini e in questi termini; mi dirai, poi, se lo ricordo male: tu, in piedi in una stanza spoglia, completamente vuota, imbiancata. Tutte le finestre e le porte di casa prendevano a sbattere, contemporaneamente, come se diverse correnti confluissero verso il centro della sala, dove ti trovavi tu. D’un tratto, un uomo entrava e cominciava a chiuderle, una dopo l’altra. Fino a quel momento, la corrente ti aveva turbata; a quel punto, però, avresti voluto fermare quell’uomo, perché cominciava a mancarti l’aria. Forse volevi parlargli, ma eri troppo combattuta, e le parole non uscivano. Lui guardava più volte nella tua direzione e non ti vedeva mai. Quando arrivava all’ultima finestra e quasi non respiravi più, ti svegliavi.

Non so cosa ti fosse successo quel giorno, se il sogno fosse legato a un evento in particolare. Neppure mi è mai venuto in mente di chiedertelo, perché mi sembrava, comunque, di capirlo. Scusa, se l’ho rubato. Ma è tutto qui: riceverai queste storielle in cambio dell’incubo in cui eri solissima, perché ti mancavano delle parole e una forma. C’è chi è disposto a tutto, pur di non sentirsi solo, e chi non riesce nemmeno ad avvicinarsi a un compromesso con se stesso. Scusa ancora, se mi permetto: io sento il valore di quel tuo silenzio. Ne ha tanto, che non trova una voce che sia alla sua altezza. Credo tu debba dargli il tempo di imparare a parlare; non puoi pretendere che sappia esprimersi da un giorno all’altro.

Del resto, anch’io comincio a sentirmi un po’ responsabile della tua evanescenza. Dovrebbe essere un buon segno. Quindi perdonami, per l’ultima volta, se soffri di ciò che abbiamo in comune; il fatto è che, dato che tu non esisti, non c’è proprio nessun altro a cui vorrei far leggere queste storie. Non per codardia, ma per rispetto verso la loro natura solitaria, concorderai che stanno meglio in queste pagine di diario.

 

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