Der deutsche Stürmer Gerd Müller (M) läßt sich von den ihn umzingelnden Niederländern scheinbar nicht beeindrucken und bereitet jenes Tor vor, das Deutschland zum Weltmeister machen wird, er schießt das 2:1-Siegtor:  Am 07.07.1974 gewinnt die deutsche Nationalmannschaft in München das Finale der 10. Fußball-Weltmeisterschaft gegen das Team der Niederlande. Deutschland ist Weltmeister. Müllers vier Tore in diesem Turnier und seine zehn Tore bei der WM 1970 machen ihn zum erfolgreichsten WM-Torschützen der Geschichte.

Gerd Muller ha l’Alzheimer. Ma noi non dimenticheremo

“La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile. […] A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. Anche se la velocità di progressione può variare, l’aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni “(Wikipedia.it)

Questa è la descrizione della terribile malattia che ha colpito il più grande centravanti della storia del calcio tedesco: fisico non proprio da atleta (tozzo tendente al grasso), capelli lunghi e incolti, maglia numero 13 e, soprattutto, caterve di gol. In due parole: Gerhard Müller.

Per comprendere la sua importanza e grandezza nella storia del calcio mondiale sarebbe sufficiente elencare tutti i successi, di squadra e personali, che ha avuto nella sua carriera; un mondiale (1974) e un europeo (1972), entrambi vinti con sue reti decisive, 68 gol in 62 partite con la maglia della nazionale tedesca. A questo bisogna aggiungere 3 Coppe dei Campioni e una coppa Intercontinentale con il Bayern Monaco. Ciliegina sulla torta, il pallone d’oro nel 1970.

Ma Müller è stato molto di più dei suoi successi. Ha rappresentato in pieno il calcio tedesco degli anni ’70: brutto, poco spettacolare ma incredibilmente efficace. Incarna la voglia di rinascita della Germania dopo la seconda guerra mondiale. Una voglia tradotta, da lui, in gol. Gol semplici, mai spettacolari e che non vengono mai inseriti nelle classifiche di genere, ma realizzati con una puntualità e quantità mai vista prima.

La carriera di Gerd è inevitabilmente legata al Bayern Monaco, dove ha giocato per 453 partite segnando 398 gol. Arriva in Baviera da ragazzino; quel Bayern  non è quello di adesso, milita ancora nelle leghe regionali e il presidente di allora, tale Wilhelm Neudecker, che l’aveva visto giocare nei campi del suo paese di origine, lo sceglie, insieme ad un certo Franz Beckenbauer (non male l’occhio del vecchio Wilheim, eh?!), per portare la sua squadra nel calcio che conta. E’ l’inizio del mito.

Come la più bella favola di Hollywood, l’inizio è tutt’altro che semplice; al primo allenamento, l’allenatore del Bayern guarda Gerd, con quel suo fisico tozzo e goffo, e pensa subito ad uno scherzo. La bocciatura è lapidare, come le sue parole: “Troppo grasso per trovare spazio nell’area di rigore”. E’ quasi disperato quando, a Friburgo, è costretto a buttarlo in campo per mancanza di alternative. Da quel campo non uscirà più, in pochi minuti dimostra a tutti cosa sa fare: gol, semplicemente gol. In area di rigore vede semplicemente le cose prima che accadano, è come se sapesse sempre dove finirà il pallone. Il pallone è magneticamente attratto da lui.

Da quel giorno non ha mai smesso di segnare. Il suo modo di giocare, fatto di momenti in cui spariva dal campo, non toccava palla per azioni e azioni e poi, quando era il momento giusto, metteva il piede in qualche mischia e la buttava dentro, è stata la risposta tedesca al calcio totale olandese. Di quegli anni, a cavallo tra i decenni ’60 e ’70, in cui tutta la società, non solo il pallone, sentiva il bisogno di liberarsi da catene e schemi fissi divenuti ormai obsoleti, Gerd è stata la più grande antitesi: concreto e non spettacolare, pratico e non geniale, concentrato più sul risultato che su come ottenerlo. E’ la tradizione che risponde alla rivoluzione a suon di gol.

Su di lui presto arrivano gli interessi dei maggiori club europei. Tra questi, nel 1973, il Barcellona, che da poco aveva acquistato Cruijff e sognava di creare una coppia d’attacco formidabile. I soldi erano tanti, ma nel 1974 ci sarebbero stati i mondiali in casa e la federazione tedesca non poteva accettare di vederlo altrove. Non se ne fece niente, Gerd non la prese bene e promise di lasciare la nazionale, per ripicca, subito dopo i mondiali. Prima di farlo però, decise di vincerli quei mondiali. Ovviamente segnando, ovviamente contro l’Olanda di Cruijff.

Chi vive per il gol, quando non ha più una porta davanti a sè, sta male. Müller dopo il ritiro dal calcio cade in crisi di depressione e alcolismo, e soltanto il Bayern, offrendogli un posto da allenatore delle giovanili prima e da dirigente poi, è riuscito a salvarlo.

Gerd Müller adesso pian piano perderà la memoria a breve termine, poi quella a lungo termine e smetterà, col tempo, di riconoscere i suoi cari; ma credo che in qualunque momento, se gli lanciate una palla, lui, in modo goffo e confusionario, ve la butterà dentro.

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