Marilyn turquoise

Marilyn turquoise

Persona o immagine? Questo è il problema!

Non è facile trovare risposta a questo quesito per quanto riguarda le famose serigrafie il cui soggetto è la diva di Hollywood Marilyn Monroe.

Andy Warhol, uno degli artisti di punta della Pop art americana, è nei primi anni sessanta alla ricerca di una tecnica nuova, un mezzo alternativo attraverso il quale l’artista diventi il più possibile neutro nella sua opera. L’intenzione della figura “artista”, che fino a quel momento era stata rivolta a far trasparire l’emotività dell’autore nelle sue opere (espressionismo), si muove alla ricerca di qualcosa che renda l’autore una macchina distaccata dal prodotto.

Warhol scopre quindi il potenziale espresso dalla tecnica serigrafica: essa consisteva nel riporto di una fotografia su un tessuto di seta, tecnica largamente impiegata nell’ambito industriale-mediatico. Lo stretto rapporto tra la poetica dell’artista e il mondo consumistico è manifesta quindi, non solo nella scelta dei soggetti da rappresentare, che provengono dallo patrimonio visivo di tutti giorni di un americano medio, ma anche dal punto di vista delle tecniche di composizione.

Lo studio sulla Marilyn viene intrapreso da Warhol già nell’agosto del 1962, anno della tragica e misteriosa scomparsa dell’attrice. L’autore, che attinge sempre da un patrimonio iconografico comune, nell’intenzione secondo me di non prendere parte alla creazione quanto alla trasformazione del soggetto, sceglie un’ immagine della diva tratta da uno scatto di Gene Korman per la locandina del film Niagara.

La scelta non è casuale, l’artista, infatti, da un lato sembra voler consacrare l’immagine della Monroe nel momento della sua nascita come attrice (Niagara sarà il film che decreterà il suo successo) dall’altro quella fotografia ricorda indirettamente la sua morte visto che il personaggio da lei interpretato nel film morirà in drammatiche circostanze.

Ricordo e consacrazione sembrano essere quindi i risultati del processo di Warhol che lavora sull’immagine isolandola dal contesto e ingrandendola fino a creare un grande primo piano con il quale oggi molto spesso ricordiamo la diva. I colori aggressivi e accesi con i quali l’artista gioca, nel caso da noi analizzato, non sconvolgono esageratamente la figura rendendola simile appena a un cartoon, mentre in altre riproduzioni, l’utilizzo di toni più fluorescenti, abbinati in modo meno naturale, dona alla diva un aspetto estremo e, dal mio punto di vista, in alcuni casi addirittura androgeno, andando così a negare lo stesso stato di icona della femminilità incarnato dalla Monroe.

Il tema della serialità, che non è certo un tema sconosciuto all’arte contemporanea, basti pensare un esempio su tutti alle “Ninfee” di Monet, è quindi qui ripreso da Warhol come indice della capacità riproduttiva neutra dell’ “artista-macchina”. In molti hanno avanzato l’ipotesi che la riproposizione delle Marilyn in questo caso, ma anche di altri soggetti serigrafati da Andy Worhol, abbiano perso con il tempo il loro valore intrinseco finendo per diventare pure icone, immagini di consumo che finiscono per provocare un’ indigestione visiva.

Dal canto mio preferisco non dare una velatura così critica alle opere Pop art dell’artista. Ritengo, più che altro, che si sia cercato con esse un nuovo modo di comunicazione artistica attraverso la ripresa di un linguaggio moderno e immediatamente riconoscibile dal pubblico perché modulato all’interno del dizionario mediatico.

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