Daido Moriyama – b. 1938, Ikeda.

Daido Moriyama – b. 1938, Ikeda.

(Tutte le immagini incluse in questo articolo sono di proprietà di Daido Moriyama e sono qui riprodotte al solo fine di rappresentarne la produzione artistica; l’unica che ne fa eccezione è la Fig.1, di proprietà di Bellamy Hunt).

Fig. 1: Un esemplare di Ricoh GR21 autografato da Daido Moriyama. Questo modello di macchina fotografica – insieme alla serie Ricoh GR1 – era fra i modelli più utilizzati dal fotografo, il quale cercava innanzitutto una macchina che fosse piccola e pratica.
Una volta intrapreso un percorso d’approfondimento della fotografia di strada, è inevitabile – o in caso contrario quantomeno infortuito – imbattersi nella produzione del giapponese Daido Moriyama. Egli è un fotografo tanto prolifico quanto soggetto ad opinioni diametralmente discordanti, in quanto alla base vi è uno stile fotografico che nei momenti più accondiscendenti può essere definito ruvido, ed invece del tutto caotico in quelli di maggiore scontro con l’opinione che Moriyama aveva del suo pubblico (i.e. nella pubblicazione Farewell Photography) (Fig.2).

Fig. 2: Alcune pagine di Bye Bye Photography, ri-edizione di Farewell Photography, pubblicazione del 1972 in cui Moriyama raccolse le fotografie con cui avrebbe voluto allontanarsi dalla fotografia dato il sentimento d’insoddisfazione che aveva nei confronti della comprensione del ruolo della fotografia da parte del pubblico a cui lui ed i suoi colleghi si presentavano – in linea con l’addio al cinema predicato da Jean-Luc Godard negli stessi anni. In seguito non tenne fede alla sua decisione e trovò rinnovato interesse per la fotografia, ma solo perchè decise di intraprendere un cammino stilistico completamente diverso, fotografando elementi più legati all’iconografia internazionale del giappone (e.g. boccioli di fiori di ciliegio, panorami dei monti giapponesi), pur sempre nel stuo stile molto contrastato.

Nonostante ciò, Moriyama è notoriamente un uomo particolarmente pacato e cordiale. Nobuyoshi Araki – altro noto fotografo giapponese – raccontò in un’intervista di aver ricevuto un regalo di compleanno da Moriyama: Araki era solito ricevere fotografie incorniciate come regalo e la cosa lo infastidiva alquanto per la “…banalità dell’idea di regalare fotografie ad un fotografo.”; riconosciuta al tatto la forma di una cornice e dunque pronto ad una delusione, fu molto commosso quando invece, aperto il regalo, scopri che Moriyama aveva incorniciato un frammento di legno nobile intagliato da un artigiano e che ritraeva un negozio di scarpe nella città di origine di Araki, che non esisteva piu. Lo colpì particolarmente perché era un ricordo a lui caro, ed un tale regalo era inusuale ed accorato.

Fig.3: Stray Dog, 1971.

In merito al suo stile fotografico, Moriyama viene solitamente associato ad una delle sue immagini più note: Stray Dog (Fig.3), scattata a Shinjuku. Egli infatti si descrive come un cane randagio, che percorre le strade della città in balia del suo umore e del caso, senza coscienza e controllo. Senza premeditazione sono inoltre le sue fotografie, ed egli scatta unicamente di getto, incorrendo nella frequente definizione di snapshots per le sue fotografie – termine che vorrebbe essere dispregiativo, laddove invece Moriyama stesso sia divertito da come socialmente si ritenga per forza negativo qualcosa di non imbrigliato dal controllo e dalla razionalità.

Fig.4: Untitled, 1978.

È chiaro che Moriyama non voglia dunque essere banale, o meglio che quindi sia interessato a fotografare unicamente ciò che lo affascini in maniera del tutto spontanea. Vuole shockare, ma non vuole che la cosa sia frutto di un processo elaborato – in quanto probabilmente non è il tipo di fotografia che interessi a lui. Mi piace pensare che Moriyama sia annoverabile fra i fotografi il cui tentativo sia quello di trasmettere il riflesso di sé stessi in ciò che vedono – laddove dunque una loro reazione emotiva sia indotta senza veri fondamenti, e legata unicamente ad un senso di leggerezza (Fig.4).

Fig.5: Hokkaido, 1978.

Moriyama ha quindi fotografato sempre ciò che si è frapposto al suo cammino, in uno stile molto contrastato su pellicola B&N ad alte ISO (Fig.5). I risultati sono graffianti e spesso fuori fuoco, motivo per cui – come detto in precedenza – molti hanno avuto modo di criticare le sue fotografie: per loro il fatto che non fossero tecnicamente ineccepibili era deplorevole. Eppure le fotografie di Moriyama sono efficaci.

Fig.6: Untitled, 1968.

Le sue fotografie sono quasi sempre molto ravvicinate (Fig.6) e Moriyama elimina così qualsiasi tipo di distacco che possa nascere fra l’osservatore e la scena ritratta. Il disagio che ne traspare non ha riguardi per la sensibilità di chi si trovi davanti ad una sua fotografia, e l’attrito è inevitabile.

Fig.7: pubblicata su PROVOKE (Purovōku, プロヴォーク), rivista fondata da Yukata Takanashi, Takuma Nakahira, Koji Taki e Takahiko Okada nel 1968, ed a cui Moriyama si unì nel 1969. Composta da sole tre pubblicazioni per un totale di 3000 copie, aveva come finalità quella di essere “…una piattaforma per una nuova forma d’espressione fotografica…” “…al fine di liberare la fotografia dal suo asservimento al linguaggio delle parole…”.

Moriyama è anche fra gli autori fotografici giapponesi che sperimentarono molto sull’uso del nudo o del volgare in quanto provocazione (Fig.7), in un paese così caratterizzato dal binomio dell’assoluto pudicizia di facciata e della commercializzazione fortissima del mercato sessuale. Nonostante ciò, si può vedere una forte differenza fra i risultati ottenuti da Araki – altro fotografo di questa corrente, i cui scatti in merito erano molto ricercati e pianificati nella loro provocatezza – e da Moriyama, il quale lo ha fatto sempre in accordo con il suo stile privo di filtri interpretativi consci.

Fig.8: Untitled, 1971.

Ciò vale dunque sia per gli scatti di nudo che quelli di strada, ed è identificativo dello stile di Moriyama; si potrebbe pensare che egli non lasci tempo alle persone ritratte di mettersi in posa, eppure vi sono esempi che dimostrano il contrario (Fig.8). Piuttosto, egli non lascia il tempo alle persone di riflettere su cosa vogliano mostrare di sé in una fotografia, soprattutto se scattata da uno sconosciuto. Traspone su pellicola quello di cui la gente si vergogna o si fa vezzo, ma che immortalato rivela quell’opposto che si preferiva celare.

 Bibliografia e fonti:

Articolo di Eric Kim;

Articolo pubblicato su American Suburb X;

Articolo riguardo ‘Bye Bye Photography’;

Documentario ‘In Pictures’ della Tate Modern;

Documentario ‘Memories of a dog’;

Documentario ‘NEAR EQUAL’.

 

NOTA: alla Galleria Sozzani di Milano fino al 10/01/16 vi sarà una mostra di fotografie a colori scattate da Daido Moriyama negli anni ‘70. La consiglio vivamente.

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