Io prima di te: 110 minuti sono pochi per un amore drammatico

Io prima di te: 110 minuti sono pochi per un amore drammatico

L’Amore è un sentimento strano: può essere dolce, passionale, coinvolgente, unico; ma anche tormentato, inquieto, non corrisposto e sofferto.

Si. L’Amore, quello vero, può far soffrire. Ed è quello che vediamo nella maggior parte dei film romantici prodotti di recente, per fare qualche esempio basta ricordare quelli ispirati ai romanzi di Nicholas Sparks che, diciamocelo, non scrive sempre favole a lieto fine. E così può sembrare anche Io prima di te, il film statunitense tratto dall’omonimo romanzo di Jojo Moyes.

Ma la verità è che in questa storia l’Amore insegna qualcosa… a tutti.

A me per prima. Se non altro a tornare sulla mia convinzione che è sempre meglio vedere prima il film e poi leggere il romanzo dal quale è tratto. Così le aspettative sono sempre più basse e non possono essere deluse.

Non perché il film sia brutto, anzi. Adoro questa storia e quando ho scoperto che l’autrice si sarebbe occupata anche della sceneggiatura ero sollevata, perché proprio per amore della sua creazione non avrebbe apportato grandi modifiche. Ma è inutile illudersi: un film non sarà MAI uguale al libro a cui si ispira. Non può per motivi tecnici, economici e chissà che altro, inoltre non tutto quello che funziona stilisticamente in un libro può essere facilmente adattato cinematograficamente.

Personalmente avrei evitato di eliminare qualche dettaglio che poteva aiutare a inquadrare meglio i personaggi (per non incorrere in spoiler ne parlerò in “codice” così che possa capire solo chi ha letto il libro): come l’episodio del labirinto o quello dei giornalisti. Il film sarebbe durato magari una ventina di minuti in più, ma sarebbero stati minuti spesi bene. Se non altro per i milioni di fan che, dopo aver letto il libro, si aspettavano di vedere i personaggi che avevano imparato a conoscere pagina dopo pagina.

Ma forse 110 minuti sono troppo pochi per raccontare dell’incontro fra Louisa Clark e Will Traynor. Forse 110 minuti non bastano per rendere al meglio la complessità del romanzo: Will è un giovane rampollo dell’alta borghesia inglese. Ha tutto: fascino, carisma, un lavoro appagante nella City, tanti amici e una bellissima fidanzata. Ma un incidente riesce a portargli via tutto, persino il suo amore per la vita. Perché la storia in fondo parla di questo: del desiderio di Will di ricorrere all’eutanasia. Costretto da una quadriplegia sulla sedia a rotelle, Will pensa che la vita in quelle condizioni non vale più la pena di essere vissuta. Ed è qui che entra in gioco Louisa, inizialmente per caso e poi per convinta determinazione a volergli far cambiare idea.

Non penso che questo magazine sia il luogo adatto per far nascere una discussione in merito: il tema è complesso e giustamente troppo serio per essere affrontato in una banale recensione. E infatti non mi soffermerò sul giusto o sbagliato, perché penso che il film in primis non ne parli a dovere. Perché purtroppo trasformano una storia importante in una semplicissima storia d’amore, per cui l’effetto finale risulta dozzinale e scontato.

Peccato, la storia aveva del potenziale che si è giustamente deciso di non sfruttare, per poter così creare qualcosa di più leggero, più vendibile e meno polemico.

È sicuramente un film piacevole, dai canoni perfettamente romantici: i due si incontrano – odio/amore – uno dei due cerca di salvare l’altro. Un classico diciamo e gli attori sono piuttosto convincenti, gradevoli e armonici fra di loro. Interessante vedere Emilia Clarke, l’amata Daenerys Targaryen de Il Trono di Spade, senza una parrucca argentea e con dei vestiti normali (si fa per dire, visto i bizzarri gusti del personaggio in fatto di abbigliamento). Mi ha fatto quasi tenerezza, perché ho provato per la prima volta ad immaginarla in uno scenario possibile di vita reale, cosa che comunque non si poteva fare dopo averla vista nei panni di Sarah Connor in Terminator Genisys. Da fan posso dire che il suo talento era indiscusso e che con questa interpretazione riesce a sorprendere con una spontaneità e una normalità quasi fuori dagli schemi. Bella scoperta anche l’affascinante Sam Claflin, che forse in pochi ricorderanno nell’ultimo capito di Pirati dei Caraibi, o in Hunger Games – il canto della rivolta. Sicuramente il mix “bel ragazzo + ruolo drammatico in film romantico” lo porterà a un successo comunque meritato.

Una bella alchimia fra i due che, guidati dalla regia di Thea Sharrock e sulle note di una colonna sonora piuttosto malinconica, mettono in scena un dramma agrodolce che vale il prezzo del biglietto. Per i dettagli sulla storia invece, quelli che portano ad affezionarsi e a provare empatia, suggerisco il libro.

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