“Quella notte sul K2 io dovevo morire”

“Quella notte sul K2 io dovevo morire”

31 Luglio 1954, Karakorum, Himalaya.
Lino Lacedelli ed Achille Compagnoni raggiungono per primi la cima del più difficile degli Ottomila. Impresa che sarebbe un fiore all’occhiello dell’alpinismo italiano, se non fosse per il comportamento vile e omicida dei due verso il compagno che quella notte porrà le basi per il loro arrivo in vetta, Walter Bonatti, e lo sherpa Mahdi.

Per conquistare gli 8616 metri del K2 la spedizione capitanata da Ardito Desio preparò otto campi, di cui gli ultimi due a quota 7345 s.l.m. e 7627 s.l.m. Il mattino del 30 Luglio i presenti all’ottavo campo – Bonatti, Compagnoni, Gallotti, Lacedelli ed i due sherpa Mahdi e Ishakan – decisero che a salire sarebbero stati Compagnoni e Lacedelli, sostando la notte in un nono campo provvisorio a circa 7900 metri, mentre Bonatti e Mahdi avrebbero portato le bombole di ossigeno necessarie alla scalata da una buca nella neve poco sopra il settimo campo fino al nono.

Partiti senza i miscelatori necessari per usare le bombole, Bonatti e Mahdi tornarono all’ottavo campo attorno alle 13 e iniziarono a salire verso la quota concordata per il campo più alto. Alle 18.30 circa la raggiunsero ma non trovarono nè Lacedelli nè Compagnoni; decisero quindi di proseguire nonostante il freddo ed attorno alle 21.30, con il sole già calato da ore, arrivarono a quota 8100. Da qui, dopo incessanti urla a gran voce, li udì Lacedelli che uscì da una tenda posta circa 50 metri più in alto e non raggiungibile al buio.
Dopo pochi attimi di conversazione questi rientrò, lasciando Bonatti e Mahdi senza nulla, al gelo (circa -40°C) e con una bufera in arrivo. I due, in particolare Bonatti che scavò nel ghiaccio un piccolo rifugio, improvvisarono un bivacco in condizioni disumane e ridiscesero all’ottavo campo la mattina dopo. Durante la notte Bonatti dovette fermare più volte Mahdi che, sopraffatto dal freddo e dal terrore, provò più volte a partire verso quota 7626 – forse augurandosi di morire, piuttosto che sopportare ancora quel gelido inferno di ghiaccio e vento. Quella stessa mattina Lacedelli e Compagnoni discesero a prendere le bombole nel punto del bivacco, raggiungendo poi la cima del K2 alle ore 18 circa.

Compagnoni e Lacedelli in vetta

Nella relazione finale della spedizione però Desio parla di un Bonatti che avrebbe provato la salita da solo, consumando ossigeno dalle bombole poi lasciate a 8100 metri, quando si sarebbe reso conto di non riuscire, e di Lacedelli e Compagnoni che avrebbero di conseguenza esaurito l’ossigeno a due ore circa dalla vetta. Ma, se i tempi e gli spostamenti fossero quelli indicati, come avrebbero fatto i due a salire senza più ossigeno nelle bombole gli ultimi duecento metri ad un passo molto più spedito rispetto ai precedenti, percorsi invece con l’ossigeno? E perché nelle foto scattate in cima attorno alla bocca avevano i caratteristici segni della maschera per respirare con le bombole?

Nonostante questo, la versione di Desio è stata ufficiale per cinquanta anni – seppure dopo un processo per diffamazione conclusosi a favore di Bonatti già nel 1964 – e il capitano della spedizione, assieme a Compagnoni e Lacedelli, non se ne discostò mai. Nemmeno il Club Alpino Italiano osò mettere in discussione la relazione di Desio, accecato dalla notorietà che la notizia della conquista del K2 aveva guadagnato: la cima era divenuta “la montagna degli italiani” e il successo aveva avuto un enorme impatto psicologico nell’Italia del dopoguerra. I primi sospetti sulla storia furono espressi da alcuni alpinisti, unitisi al “re delle Alpi” nella decennale battaglia per la verità, e solo nel 2004 il CAI accettò integralmente la versione di Bonatti ripudiando quella di Desio.

In un’intervista concessa a Repubblica l’8 Ottobre 2003, l’alpinista bergamasco commentò così i fatti:
“Non m’interessa parlare della notte che cambiò la vita, che ha reso il mio carattere per sempre sospettoso e diffidente. Avevo visto la durezza della guerra. Il giorno prima con i miei amici, partigiani, giocavamo a calcio, il giorno dopo erano nella chiesetta, cadaveri, sfigurati in viso dagli scarponi chiodati. Ho visto la fucilazione dei gerarchi fascisti, ero a piazzale Loreto quando appesero Mussolini a testa in giù come un maiale, sapevo cos’era la cattiveria, ma ignoravo l’infamia. Ho aspettato due mesi che Compagnoni venisse a darmi una pacca sulla schiena, a dirmi che aveva fatto una fesseria, a chiedere scusa, perché può capitare di essere vigliacchi, ma deve anche capitare di ammetterlo. Invece niente, invece sono finito sul banco degli accusati, ero io la carogna, non loro che avevano mentito sull’uso delle bombole, delle maschere, sull’orario del balzo finale alla vetta. Nella relazione ufficiale di Desio che il CAI ha accettato è sbagliata la quota del mio bivacco, quella del campo di Compagnoni e Lacedelli, l’uso e la durata delle bombole di ossigeno, niente affatto esaurito prima dei duecento metri di dislivello sotto il K2, e l’ora in cui dettero l’assalto alla vetta. E tutto questo perché? Perché l’impresa oltre ad avere successo doveva essere anche eroica. Far vedere che gli italiani erano stati non solo bravi, ma anche straordinari. Ne abbiamo fatto una montagna di merda, coperta di menzogne, perfino la stampa straniera ci chiede “perché?”.[…]

Io sul K2 in una notte del ’54 sono quasi morto, ma quello che mi ha ucciso è questo mezzo secolo di menzogna. Ho urlato così tanto quella notte nella mia disperazione che adesso non voglio avere più voce.

La puzza del K2 la lascio a voi, io preferisco respirare.”

Walter Bonatti e Erich Abram al campo base

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